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venerdì 9 settembre 2011

Il Radicale Libero - Federico Aldovrandi, quando è lo Stato a sbagliare

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Domenica 25 settembre 2005, ore 5: la madre di Federico Aldrovandi, anni 18, si sveglia, si chiede se il figlio sia rientrato, le sembra di udire un rumore in camera, si riaddormenta. Alle 8 si alza e si rende conto che il figlio non c'è: "Ho cominciato a chiamarlo e ad inviare messaggi. Nulla. Non era possibile che non rispondesse. Se tardava mi avvisava sempre".
"Diceva che lo stressavo ma non voleva farmi stare in pensiero. Mi aggrappavo all'idea che avesse solo perso il cellulare. Poi l'ha chiamato anche suo padre. Sul cellulare di Federico il padre è memorizzato col solo nome, Lino. Una voce ha risposto. Ha imperiosamente chiesto chi fosse al telefono, ed ha chiesto di descrivere Federico. Poi si è qualificato come agente di polizia, ed alle nostre domande ha risposto che avevano trovato il cellulare su una panchina dalle parti dell'ippodromo e che stavano facendo accertamenti. Ed ha riattaccato".
A quell'ora Federico era già morto; come, ce lo spiegano la sentenza di primo grado, prima, quella di appello, poi, emessa a Bologna il 10 giugno 2011: in quattro poliziotti, tre uomini e una donna, l'hanno "bastonato di brutto per mezzora", spaccandogli la testa, lo scroto, rompendogli addosso due manganelli, e poi, per finire, sedendogli sopra e schiacciandolo fino a spaccare il suo cuore.
Non contenti, rendendosi benissimo conto di ciò che avevano commesso, hanno finto di preoccuparsi per un ragazzo di 18 anni morto a causa loro chiamando un'ambulanza, tenendolo ancora schiacciato quando era già morto o in fin di vita per convincere gli infermieri accorsi che c'era ancora il rischio che il ragazzo si rivoltasse essendo un "pazzo furioso", hanno tentato di attribuirne la morte alle sostanze assunte dal ragazzo nella serata, hanno mentito su tutto, orari, modalità, svolgimento dell'azione, cercato di intimidire i testimoni, manipolato i fatti, con l'aiuto della intera Questura di Ferrara che, a dire degli stessi giudici, si è resa protagonista di "attività di falsificazione e distorsione dei dati probatori poste in essere sin dalle prime ore successive all'uccisione di Aldrovandi".
I giudici di Corte di appello di Bologna indicano chiaramente le responsabilità degli autori del massacro, della Questura, e della stessa pm Mariaemauela Guerra, il primo magistrato incaricato del caso (e che ha querelato la madre di Federico e alcuni giornalisti per presunta diffamazione aggravata nei suoi confronti), parlando di "indagini preliminari iniziate nella sostanza vari mesi dopo i fatti e in seguito alla sostituzione del primo sostituto procuratore".
Due sentenze, quindi, concordi in assoluto, nell'assegnare, ai quattro poliziotti, la condanna di primo grado a tre anni e mezzo per omicidio colposo.
Torniamo indietro, al 25 settembre 2005, e al racconto della madre di Federico: "Immediatamente ho cercato in Questura, e ho cercato anche ripetutamente un amico che ci lavora. Nulla. Il centralinista rispondeva: c'è il cambio di turno... non sono informato, appena avremo notizie chiameremo noi ... Niente per altre tre ore!!!! Passate nell'angoscia e nelle telefonate frenetiche agli ospedali, ai suoi amici e di nuovo ripetutamente alla questura. Nel frattempo Stefano è accorso in bicicletta alla ricerca del fratello. Ringrazio il cielo che non sia andato nel posto giusto. La polizia è venuta ad avvisarci solo verso le 11. dopo che lo avevano portato via. Il suo corpo è rimasto sulla strada dalle 6 alle 11. E non mi hanno chiamata. Era mio figlio. Nessuno ha il diritto di tenere una mamma lontana da suo figlio! ... Molto tempo dopo ho riavuto i suoi abiti. Portava maglietta, una felpa col cappuccio e il giubbotto jens. Sono completamente imbevuti di sangue. Hanno detto che non voleva farsi prendere. Che ha lottato ed è salito anche in piedi sulla macchina della polizia. I medici hanno riferito che aveva lo scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo. Ho potuto vedere solo quella sul viso, dalla tempia sinistra all'occhio e giù fino allo zigomo, e i segni neri delle manette ai polsi. L'ho visto nella bara. Il suo corpo non sembrava più allineato e simmetrico. Il mio bambino era perfetto, e stupendo. L'hanno distrutto ... E la polizia mi raccontava che era drogato. Che si era fatto male da solo. Che tutto questo era successo perché era un povero tossico e noi sfortunati ..."
Poniamo un artificio retorico: immaginiamo quattro ragazzi che "bastonano di brutto per mezzora" un poliziotto, causandone la morte; se la caveranno con tre anni e mezzo? e andiamo ancora oltre, perchè la vicenda non è conclusa.
La vicenda di Federico è raccontata in un blog, dove la madre racconta, si racconta, informa sullo stato delle indagini; un giorno scrive di aver incontrato "uno di quelli che hanno tolto la vita a Federico (la frase originaria, poi sostituita nel giro di qualche ora, era "uno degli assassini di mio figlio", ndR), tranquillo e allegro con una ragazza". La madre di Federico prosegue dicendo che "quando vedo uno di loro mi manca il fiato, come a mio figlio. Mi si ferma il cuore, come a lui. Non riesco più a respirare, non so reagire. Vorrei urlare, picchiare, uccidere, ma non ne sono capace. Posso solo andare via e piangere. Andare via per non mostrare le lacrime proprio a loro. Impuniti. Per ora". Il procedimento a carico dei quattro poliziotti attendeva, infatti, ancora la sentenza definitiva di condanna o di assoluzione.
A seguito di queste parole, la madre di Federico viene denunciata per diffamazione e per istigazione a delinquere, prima da Enzo Pontani, Monica Segatto e Luca Pollastri (tre dei protagonisti dell'azione di polizia, procedimento già archiviato), ora, agosto 2011, a sentenze di primo e secondo grado emesse, dal quarto protagonista, Paolo Forlani, ancora, a tutti gli effetti, appartenente alla Polizia di Stato, come egli stesso fa rilevare nella denuncia.
Non tutti i poliziotti sono uguali, ma tale comportamento nei confronti di una madre che chiede "solo" verità e giustizia non giova, in primo luogo, proprio ai poliziotti che onestamente svolgono il loro difficile lavoro.
Claudia Sterzi


sabato 3 settembre 2011

Delitto Aldrovandi, vergogna di Stato (telestense 31 8 11)

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CORRADINIMAURO Rese note le motivazioni della condanna anche in Appello dei 4 agenti della Polizia di Stato. Federico è stato picchiato con violoenza gratuita e la Questura ha coperto e manipolato. Adesso, avanti, fino alla destituzione dall'incarico per giusta causa e per destituzione di diritto. Fuori dalla Polizia di Stato Forlani, Pontani, Segatto, Pollastri, Marino, Pirani, Bulfgarelli  http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it

martedì 28 giugno 2011

“L’Agghiacciante Storia dei Sanguinari Principi Neri”

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 [1]Quest’oggi, miei cari ragazzi, vi voglio portare in un’avvincente ma terrorizzante viaggio in un mondo[2] parallelo al nostro. Secondo molte teorie, infatti, coesistenti alla nostra realtà, esistono parecchi mondi paralleli, in cui quello che conosciamo e viviamo è completamente stravolto. Il mondo che, ora vi voglio descrivere, grazie alla nostra indifferenza e alla nostra profonda accidia, si è completamente traslato nella nostra realtà. Esso è un universo interamente invaso dalla violenza e dall’orrore delle persone che sono costrette a viverci. Esso, in breve, è il mondo della “Camorra”. Quando si pensa alle organizzazioni camorristiche, viene subito in mente una serie di [3]“Clan Rivali” che, nell’anarchia più totale, si fanno la guerra in tutta Napoli e provincia. Tale descrizione, però, non è del tutto corrispondente alla realtà concreta. Nella provincia di Caserta, infatti, esiste una “Consorteria Malavitosa” che è molto più simile a Cosa-Nostra. Noi, in effetti, continuiamo ad annoverarla nella compagine malavitosa napoletana, però, sarebbe più corretto inquadrarla con il nome di Mafia. Essa, in poche parole, è la “Corporazione dei Casalesi”. Questa, miei cari signori, è la storia che voglio delineare davanti ai vostri occhi. Vicenda cruenta e molto cupa che, riguarda principalmente, la vita dei componenti di questa terrificante organizzazione criminale. 

Facciamo, dunque, un po’ di Storia!                                                                                                         Negl’anni 70, in Campania c’erano due differenti “Clan Camorristici” molto legati a “Cosa Nostra Siciliana”. Il primo faceva capo a Michele Zaza, specializzato nel contrabbando di Sigarette (controllava la zona del porto di Napoli); l’altro, invece, era il “Clan Nuvoletta” nativo di Marano che controllava la provincia di Caserta. Questi due Gruppi Criminali, all’epoca, erano talmente in relazione, con la “Mafia Siciliana”, da esserne affiliati. Lorenzo, Angelo, e Ciro Nuvoletta, infatti, furono “Ponciuti”. Questi tre fratelli, furono, infatti, punti con una spina, un “Santino” da tenere in mano finché non si brucia del tutto, le parole del giuramento. Quest’ultimi, per meglio chiarire, si legarono prima a Stefano Bontate   (spesso riportato in taluni documenti come Bontade) e poi con i “Corleonesi”. Nella loro Tenuta, infatti, una grande masseria situata vicino a Poggio-Valesiana, si sono nascosti, per un largo lasso di tempo, molti latitanti o persone costrette al cosiddetto “Soggiorno Obbligato”, come Gaspare Mutolo. In quello stesso luogo, poi, ci sono state riunioni con “Importanti Capi-Mafia” come Pippo Calò e Salvatore Riina detto Toto. I Nuvoletta, grazie anche a queste “Forti Alleanze”, riuscirono a controllare gran parte della provincia di Caserta e a fare il loro “Sporco Lavoro” che consisteva, principalmente, in contrabbando di sigarette e estorsione. Costoro, poi, hanno sfruttato tutta questa ricchezza per comprarsi grandi appezzamenti di terra su cui installare allevamenti di bufale e fare i “Proprietari Terrieri”, proprio come si faceva nei secoli passati. Quel “Sfavillante Mosaico”, basato sul sangue e sulla violenza, infine, iniziò a sgretolarsi sotto i colpi della “Nuova Camorra Organizzata”. Questa “Nuova Organizzazione Malavitosa”, in poche parole, voleva estendere, quella che io ho già chiamato in diverse occasioni, la loro “Supremazia Psicologica”, su tutta Napoli e Campania. Alcuni “Capi-Mafia Napoletani”, tra cui anche i Nuvoletta, decisero che, per riuscire a contrastare Cutolo, dovevano formare una sorta di “Santa Alleanza”. Voi direte, ne valse la pena? Sì, miei cari lettori, perché in gioco c’erano un sacco di soldi: soprattutto quelli che, avrebbero dovuto sostenere la ricostruzione di Napoli, dopo il terremoto del 1980. In questa “Grande Compagine Camorristica”, entrarono molti esponenti di primo piano della “Malavita Napoletana” come Carmine Alfieri e Umberto Ammaturo. In quel periodo, per farla breve, scoppiò una “Feroce Guerra” che fece 250 morti l’anno. Un’“Infernale Carneficina” che, tra il 1978 e il 1983, lasciò sul cosiddetto “Campo di Battaglia”, ogni volta differente, 1500 vittime. Tra gl’uomini dei Nuvoletta, che si scontarono con i “Cutoliani”, c’era un certo Antonio Bardellino. Costui, proprio com’era accaduto per i Nuvoletta tanto tempo prima, fu affiliato tra gl’“Uomini D’Onore di Cosa Nostra”

Il “Giuramento” di quest’ultimo, infatti, si celebrò nella suddetta masseria alla presenza di Rosario Riccobono, altrimenti detto “Saro”. Bardellino, inoltre, col passare del tempo, fece amicizia con “Importanti Boss Siciliani” come Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e Tommaso Buscetta, altrimenti detto il “Boss dei Due Mondi”. Bardellino, a dire la verità, prima di entrare, per così dire, nel 
“Giro dei Grandi”, fece molta strada. Egli, infatti, aveva incominciato la propria “Carriera Criminale” con qualche furto e qualche rapina in cui colpiva, soprattutto, i “Tir” per la strada. Costui, però, avendo dimostrato, nella Guerra contro Cutolo tutto il “Suo Coraggio” e la “Propria Sagacia”, poté diventare un “Socio alla Pari” dei Nuvoletta. Bardellino, in buona sostanza, fu il “Capostipite” della “Mafia Casertana”, altrimenti detta il “Clan dei Casalesi”. Egli, infatti, fu, si può affermare ormai con una certa sicurezza, il “Primo Boss di Nuova Generazione”.

lunedì 25 aprile 2011

CHE FINE HA FATTO GIANNI LANNES?

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Gianni Lannes è un giornalista e fotografo investigativo italiano. Lavorando sia in Italia che all'estero si è occupato di controinformare su traffici illegali di: armi, esseri umani, ecomafie, rifiuti tossici e scorie radioattive.
Attualmente collabora con La Stampa e Rai. Ha lavorato nei settimanali: Avvenimenti, L'Espresso, Panorama, Famiglia Cristiana, Io Donna, D La Repubblica delle Donne, Il Venerdì di Repubblica e Diario. Ha scritto per i mensili: Airone, La Nuova Ecologia e Medicina Democratica.Dopo varie insistenze eluse per avere una scorta, "almeno per la sua famiglia", il giornalista a cominciare dalle ore 15 del 22 dicembre del 2009 ottiene l'assegnamento di una scorta della Polizia di Stato. Nel dicembre del 2009 risulta ancora legato da contratto con uno dei più importanti quotidiani italiani,

domenica 20 marzo 2011

L'ECATOMBE DEI TESTIMONI

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Diciassette anni fa a Mogadiscio venivano uccisi Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Da quel 20 marzo soltanto silenzi, menzogne e troppe morti sospette




Ricorre oggi il 17° anniversario dell'assassinio a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. 17 anni di silenzi, di menzogne, di conclamati depistaggi e insistiti insabbiamenti. Uno sforzo permanente, di proporzioni mai viste ad eccezione della strage di Ustica o del caso-Moro. Uno impegno orchestrato da mani invisibili alla giustizia, sintomatico del fatto, ormai certo, che questo duplice delitto non possa essere considerato "normale" per quanto la parola "normale" mal si adatti a qualunque fatto di sangue.

domenica 27 febbraio 2011

'Manganelli non è Palatucci e Maroni è come Ponzio Pilato'. Intervista a Gioacchino Genchi (di Monica Centofante)

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Ora il provvedimento è diventato definitivo. E Gioacchino Genchi, 25 anni di onorato servizio, è stato destituito dall'impiego di Vice questore aggiunto della Polizia di Stato.
La terza e ultima sospensione dall'incarico, prima della decisione definitiva, era arrivata un anno fa, il 22 marzo, un giorno prima del suo rientro in servizio e pochi giorni dopo le minacce pronunciate a mezzo stampa da Maurizio Gasparri: “Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”.
Il “simile personaggio” è consulente di Procure e Tribunali di mezza Italia, già collaboratore di Giovanni Falcone, di magistrati che hanno svolto e svolgono le inchieste più delicate sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni, oggetto costante di attacchi e tentativi di depistaggio.
E le sospensioni, discutibili per non dire assurde, sono arrivate sempre “al momento giusto”. 

Gioacchino Genchi, come giudica il decreto di destituzione? E' cronaca di una morte annunciata?
E' evidente che il Capo della Polizia è stato costretto ad adottare il provvedimento di destituzione, dopo i tre provvedimenti di sospensione dal servizio.
Poi, se guardiamo le date, non c'è nemmeno bisogno di leggere le motivazioni per dimostrare qual era l'intento del Governo: tenermi fuori dalla Polizia così impedendomi in ogni modo qualunque possibilità di svolgere delle indagini e coaudiuvare l'Autorità Giudiziaria.
Non si spiegano in altro modo i provvedimenti adottatti prima con scansione di sei mesi e sei mesi e poi, dopo un anno esatto, allo scadere delle due sospensioni, quando sarei dovuto rientrare in servizio, mi è stata notifica la terza sospensione cautelare ed è stato avviato il procedimento per la destituzione definitiva, utilizzando la asserita recidiva delle due sospensioni precedenti.

giovedì 24 febbraio 2011

Gioacchino Genchi: colpito uno per educarne cento.

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di  Sonia Alfano.


Ho appreso ieri che Gioacchino Genchi, vicequestore aggiunto a Palermo, è stato destituito dalla Polizia di Stato. Avrebbe, con le sue dichiarazioni, “dal contenuto gravemente lesivo del prestigio di organi e istituzioni dello Stato” arrecato disdoro all’immagine e all’onore dell’amministrazione di appartenenza. Una motivazione buffa e allo stesso tempo pericolosa, che lede il diritto alla libertà di pensiero e di parola; un provvedimento su cui ha messo la faccia il capo della Polizia, Antonio Manganelli, che “colpisce” uno, Gioacchino Genchi, per educarne cento: chi tocca il premier e i suoi amici muore. Professionalmente.
A Gioacchino, per cui il 28 marzo 2009 eravamo scesi per primi dinnanzi a tutte le questure d’Italia all’epoca della sua prima sospensione, oggi esprimo la mia solidarietà. Riporto qui di seguito l’editoriale di Marco Travaglio pubblicato su Il Fatto Quotidiano di oggi, a cui non serve davvero aggiungere nulla:
Manganelli, di Marco Travaglio
Se non fosse quello che è, verrebbe da domandare a B. perché mai da 17 anni si affanni tanto a proporre riforme della giustizia, che quasi sempre non funzionano (le pensa Ghedini) o si rivelano incostituzionali (le scrive Alfano). Anche senza riforme, con tutte le toghe rosse che turbano i suoi brevi sonni, non s’è mai trovato nemmeno a Milano un giudice che avesse il coraggio di negargli le attenuanti generiche, o in Cassazione uno che lo condannasse in via definitiva, o a Roma un gip che lo rinviasse a giudizio. Che bisogno c’è di sottoporre i pm al governo, quando si sottopongono spontaneamente a lui anche i giudici? Ora vuole separare pure la Polizia giudiziaria dai pm per garantirsene l’obbedienza. Ma non c’è bisogno di cambiare la legge: affinché nessuno osi più disturbare il manovratore, basta colpirne qualcuno per educarli tutti.

sabato 12 febbraio 2011

Gioie del sesso e devoti di regime

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Rubygate  di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto quotidiano, 12 febbraio 2011



“In mutande ma vivi” è l’esibizionistico titolo che Giuliano Ferrara ha voluto dare alla manifestazione indetta “contro il moralismo puritano e ipocrita” di chi si ostina a pensare che il comportamento di Berlusconi sia incompatibile con i requisiti minimi di un politico (“statista” sarebbe parola grossa) delle liberaldemocrazie occidentali. L’iniziativa si svolgerà questo pomeriggio a Milano al Teatro Dal Verme, nome perfettamente propiziatorio e provvidenzialmente adeguato (dappoiché nomina sunt consequentia rerum).

Lo scopo dell’adunata di cotanta goliardia tristemente appassita nel servo encomio di “Lui Culomoscio” (definizione di una fan e pupilla del medesimo – la classe non è acqua – non di esecrabili “azionisti”) è fornire ai minzolini di tutte le testate di regime l’occasione per svillaneggiare in anticipo la manifestazione promossa da alcune donne, non certo in nome del moralismo e nemmeno della moralità, ma della necessità di una seppur minima decenza nel comportamento sulla scena pubblica (che del resto è richiesta dall’articolo 54 della Costituzione – anche per questo invisa alle cheerleader di Forza Arcore? – che recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”). Manifestazione che domenica dilagherà in decine e decine di piazze con centinaia di migliaia di partecipanti, nel minimalismo dei pennivendoli di regime. 

domenica 30 gennaio 2011

G8, così la cricca depredava La Maddalena

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Sotto il cielo dell'arcipelago si fa più chiaro il sistema ideato dalla premiata ditta Balducci and Company. In vista del G8, funzionari pubblici e costruttori avevano messo su un metodo che consentiva di lucrare a piene mani sugli appalti. Da queste parti e non solo qui

L’area del Main Conference nell’ex arsenale
L’area del Main Conference nell’ex arsenaleLA MADDALENA. Adesso i documenti a carico dell'organizzazione (i pm di Perugia parlano di «sodalizio», i magistrati fiorentini l'avevano ribattezzata «cricca») emergono in tutto il loro peso probatorio: sessanta faldoni di accuse. Con un focus sui reati che sarebbero stati compiuti alla Maddalena.


Il filone giudiziario tornato al centro dell'interesse è quello trasferito nel capoluogo umbro dopo il coinvolgimento nell'affaire di un magistrato della capitale, Achille Toro. Due giorni fa la Procura di Perugia ha notificato avvisi di conclusione dell'inchiesta a 22 indagati. Tra loro, l'ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso, l'imprenditore romano Diego Anemone, l'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, i funzionari Mauro Della Giovampaola e Fabio De Santis. 


Tutti di casa nell'arcipelago sardo durante i lavori svolti nel 2008-2009 in previsione del summit tra i Grandi, poi spostato all'Aquila. E qualcuno, come Della Giovampaola, di casa nel senso letterale: i sostituti Alessia Tavarnesi e Sergio Sottani gli contestano, fra l'altro, «la fruizione di un immobile e di personale di servizio nell'isola della Maddalena».

Riferimento che dovrebbe portare alla villa di proprietà dell'ex campione di volley Andrea Lucchetta, nel Villaggio Piras, di fronte a Caprera, da lui data in affitto attraverso immobiliaristi a una società impegnata nella Missione G8.

sabato 25 dicembre 2010

"Ombre su Levante: San Giorgio a Cremano come Reggio Calabria"?

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[1]“Ombre su Levante: San Giorgio a Cremano come Reggio Calabria”?
[2]Lo scorso 17 novembre 2010, sono state emesse, dalla “Procura Distrettuale-Anti_Mafia di Reggio Calabria”, due differenti tipologie di “Provvedimento Restrittivo” nei confronti del “Potere Mafioso Calabrese”. Le forze dell’ordine, infatti, hanno arrestato sette persone nell’ambito di un’inchiesta volta a far luce su una “Particolare Tipologia d’Accordo” tra la “Ndrangheta” e il “Mondo degli Appalti Calabresi Pubblici”. L’“Autorità Giudiziaria”, infatti, sempre nel quadro della medesima operazione, ha emesso un “Provvedimento d’Interdizione”, dai “Pubblici uffici”, per trenta imprenditori coinvolti nella faccenda. Le persone coinvolte, per meglio chiarire, a ogni “Gara D’Appalto”, si accordavano prima sull’importo delle offerte di ciascuno, avendo in tal modo, la certezza assoluta di sapere già prima chi avrebbe vinto l’appalto. I membri di questo “Particolare Cartello”, con questo stratagemma, erano riusciti a spartirsi “Equamente” il lavoro sul “Territorio Reggino”. Tutto ciò accadeva, perché soltanto uno di loro presentava le “Buste” per la suddetta Gara. Fino a questo momento, però, non è stato arrestato alcun “Amministratore Pubblico”. Beh, miei cari amici, d’altro canto, di cosa ci meravigliamo? Nella mia città, infatti, San Giorgio a Cremano (Na), lavora una “Cooperativa Sociale”, in questo periodo chiamata “Levante”. Essa, però, è bene chiarirlo subito, ha iniziato il suo lavoro d’assistenza ai disabili e agli anziani agli inizi del 2000, col nome di “San Giorgio Solidale”.

sabato 18 dicembre 2010

G8 Genova: motivazioni condanna De Gennaro “depistò le indagini per salvarsi”

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Assurdo che nel 2010 (2011 tra pochi giorni) la gente ancora cada dalle nuvole … ancora creda allefavolette di certe persone … che ancora qualcuno rimanga stupito davanti la possibilità di presunti infiltrati tra le forze dell’ordine (con il compito di creare disordine) … ma niente da fare! Ancora molti s’indignano, si alterano, alzano la voce … “proteggete i manifestanti violenti” … e pure la storia dovrebbe aver insegnato che le cose spesso non vanno come ci vogliono far credere … lo stesso Francesco Cossiga ammise di aver usato poliziotti infiltrati per creare disordini(leggi qui … e molti ricorderanno che ci scappò anche il morto! ma poco importa era solo unazozza comunista .. no?) … ma niente in questo paese di beoti o te lo dice la tv o non è una cosa “possibile”!

lunedì 6 dicembre 2010

Verità e Giustizia per Niki Aprile Gatti: l’arte della disinformazione

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Verità e Giustizia per Niki Aprile Gatti: l'arte della disinformazione Questa è un'altra pagina dura che alle persone dotate di senso civico e senza condizionamenti politici dovrebbe far accapponare la pelle. Io Niki Aprile Gatti lo conoscevo. Poi come molte volte accade quando ognuno prende la propria strada, ci si perde di vista. Avrei preferito non rincontrarlo più dopo tanti anni, si perché l'ho ritrovato quando ormai era già morto. Ucciso in quel carcere di Sollicciano che al solo rievocarlo provoca rabbia e tanto sconforto.
Quella maledetta estate del 2008 per caso su internet lessi una breve notizia Ansa nella quale diceva che un uomo, imprenditore di una società informatica e originario di Avezzano, si era ucciso nel carcere di Sollicciano. Tutto immaginai ma non che si riferisse ad un ragazzo di 26 anni e soprattutto a Niki. Come potevo immaginarlo se d'altronde l'avevo perso di vista per molti anni? Ma poi Niki era un uomo, certamente, ma a 26 anni si è comunque un ragazzo.
Ma quella era una notizia ANSA, non potevo mica pretendere che fosse dettagliata. Allora ecco che trovai un articolo di Repubblica, comparso il 25 giugno, esattamente il giorno dopo la morte.
Un articolo di Repubblica, non di Libero, Il Giornale o altri considerati gli unici che si pensa adoperino la macchina del fango.

Un articolo che dava per scontato che fosse un suicidio, senza formula dubitativa e senza aspettare l'inchiesta interna che è di routine per le morti in carcere. Così iniziò dopo nemmeno un giorno dalla sua morte, l'arte della disinformazione.

giovedì 2 dicembre 2010

Distrazioni di massa sul biennio stragista ’92-’93

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di Lorenzo Baldo
“Possibile che l’ex presidente del Consiglio, Carlo Azelio Ciampi, fosse stato tenuto all’oscuro di tutto, come il suo ex Guardasigilli Conso afferma? E che rapporto di causa-effetto c’è tra la lettera che alcuni boss indirizzarono nei primi mesi del ’93 al Presidente della Repubblica di allora, Scalfaro, nella quale chiedevano un provvedimento di clemenza e l’effettiva revoca del 41 bis?”. Questi inquietanti, quanto leciti, interrogativi rimbalzano con prepotenza sulle agenzie di stampa nazionali. Peccato che a porli con meri fini propagandistici sia il parlamentare del Pdl Maurizio Gasparri. Davanti ad un’opinione pubblica che a stento cerca di uscire dall’anestesia totale nella quale è stata indotta dai vari governi che si sono succeduti, si assiste ad una sorta di farsa tragicomica su questioni che imporrebbero invece il rispetto assoluto della verità.

giovedì 14 ottobre 2010

Riconteggio Piemonte: Cota è (quasi) senza speranza

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Riconteggio Piemonte, dove eravamo rimasti? Cota praticamente non è più il Presidente della Regione: non è una predizione, è matematica. Il sito del Comitato per il Riconteggio è l’unico organo di informazione con la situazione riconteggio aggiornata. Fatti i dovuti calcoli, Bresso avrebbe 1.033.326 voti, Cota 1.027.739. Ergo, Cota è giù dalla sedia. Certo, sul riconteggio pende il ricorso della Lega in Consiglio di Stato. Motivo: la Lega contesta l’interpretazione del Tar circa l’assegnazione dei voti di lista al candidato correlato. Secondo il Tar, l’elettore avrebbe dovuto esplicitamente crociare anche il nome del candidato e non solo quello della lista, indi per cui i voti dati alle sole liste fraudolente non possono essere ritenuti validi per il candidato governatore. Da ciò è nata l’esigenza del riconteggio. Per i leghisti, tutta la procedura è nulla poiché l’interpretazione data alla legge elettorale dal Tar è errata. L’elettore, votando per la lista, ha comunque anche scelto il candidato.
Provincia di Alessandria:

Provincia di Asti:

lunedì 11 ottobre 2010

Riflessioni a margine dell’omicidio di Sarah Scazzi

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Una vicenda drammatica, un fatto che non si vorrebbe credere vero ma che è successo.
Come anche è successo che una quantità sconvolgente di persone abbia inneggiato e continui ad inneggiare alla pena di morte per l'assassino, dimenticando che l'Italia è il paese che ha voluto lamoratoria universale per la sua abolizione e che in questi giorni lotta per evitare la lapidazione e la pena di morte per Sakineh. Persone che si giustificano dicendo che la vorrebbero solo per i "crimini più odiosi" senza rendersi conto che non vuol dire niente, che la pena di morte o la vuoi o non la vuoi, non esistono "casi in cui" e, se anche esistessero, nessun uomo avrebbe il diritto di ordinarli in un'arbitraria scala di giudizio. Persone che urlano e strepitano senza fermarsi un attimo a pensare, a sopire l'istinto che in loro grida vendetta, vendetta per qualcuno che non conoscevano e di cui presto si dimenticheranno, ma liberano con impeto senza eguali la loro rabbia repressa, qualsiasi ne sia l'origine, sentendosi i difensori del giusto, coloro che soffrono perché sono belle persone mentre il mondo è pieno di mostri.

E allora descrivo l'accaduto con le parole loro e dei media, che descrivono il mondo e lo filtrano solo in base al loro essere per definizione i giusti e buoni, e poi lo descrivo come lo potrebbe descrivere il mostro, inframezzando parti della sua vera deposizione (in corsivo) con pensieri che potrebbe aver pensato, a formare una delle infinite possibili realtà che potrebbe aver vissuto nella sua mente in quei momenti.

venerdì 8 ottobre 2010

Viva la mafia

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Tra ieri sera e stamattina, a Torino, si sono svolti due eventi molto interessanti: ieri sera Sonia Alfano, Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi hanno tenuto una conferenza su mafia e Stato, mentre stamattina è stato inaugurato presso l’ITIS Levi il nuovo Auditorium Beppe Alfano, intitolato al padre di Sonia.
Ieri sera, a sala strapiena, si sono ripetute quelle verità che per noi sono ormai scontate, ma che fuori dai nostri circoli lasciano ancora le persone con un senso di stupore e persino di incredulità. Tra le chicche, Sonia ha raccontato del suo incontro in carcere con Totò Riina, che parlando di Berlusconi le ha detto “iddu c’a futtiu” (“quello ci ha fregato”); vari mafiosi le hanno chiesto come mai loro stanno in carcere mentre “quelli di Roma” sono tutti liberi. Genchi ha ricordato che, all’epoca, i circoli di Forza ItaliaBrancaccio e Misilmeri sono stati aperti prima ancora che aprisse la sede provinciale del nuovo partito, creati da tal Lalia che, come da tabulati, intratteneva conversazioni telefoniche con Spatuzza e altri mafiosi riconosciuti; e che costui cominciò a chiamare persone che poi sarebbero divenute esponenti siciliani di Forza Italia, le quali poco dopo chiamavano un numero privato della casa romana di Berlusconi. (Del resto Dell’Utri, l’uomo “senza cui Forza Italia non sarebbe esistita”come disse lo stesso Berlusconi, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa…) 
Insomma, chi voglia aprire gli occhi può sapere ormai con certezza che le stragi di Capaci e di via D’Amelionon furono stragi di mafia, ma stragi di Stato eseguite dalla mafia, nell’ambito del passaggio di mano del potere tra la prima e la seconda Repubblica. Abbiamo un Presidente del Senato che è stato socio o consulente di mafiosi acclarati e unMinistro della Giustizia che è stato fotografato al matrimonio della figlia di un boss: ma che volete ancora?


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