venerdì 25 giugno 2010

Gaza, per qualche merce in più

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Israele annuncia un alleggerimento dell'embargo, ma non lascia passare quel che serve davvero  Ketchup, maionese, aghi da cucito e filo sono i prodotti che settimana scorsa Israele ha inserito nella lista dei pochi beni autorizzati a Gaza. A questi si sono aggiunti martedì attrezzi agricoli, pezzi di ricambio per automobili, giocattoli e make-up che sopra 130 camion abbiamo visto entrare all'interno della Striscia.
Prendendo atto della decisione del governo israeliano di "allentare" l'assedio a Gaza concedendo l'immissione di più merce, l'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem ha commentato : "questo è un primo mini passo nella giusta direzione per portare la politica d'Israele in linea con i suoi obblighi".
Passo davvero microscopico, se consideriamo che solo dal valico di Karni, prima dell'inizio dell'assedio, passavano più di diecimila camion al mese e che comunque anche allora eravamo lontani dai 500 camion di merci al giorno, quantitativo minimo necessario stabilito dalle Nazioni Unite per coprire in parte i fabbisogni di un milione e mezzo di persone.
Un passo che secondo alcuni analisti politici palestinesi è addirittura controproducente, perché si pone nella direzione di voler legittimare l'assedio. Un assedio che in quanto punizione collettiva ad una popolazione civile viola l'articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, ed è ritenuto illegale da tutte le maggiori organizzazioni per i diritti umani governative e non, come hanno recentemente ribadito Amnesty International e la Croce Rossa Internazionale.
Continua a essere banditi dalla Striscia il cemento, il ferro e qualsiasi altro materiale per la costruzione, tanto che a detta dell'Onu, a distanza di un anno e mezzo dai bombardamenti dell'operazione Piombo Fuso, il 75 percento degli edifici danneggiati e distrutti pendono ancora in macerie.


Secondo il portavoce dell'Unrwa (agenzia Onu per i profughi palestinesi), Christopher Gunness, Israele con questa nuova politica tende a confondere le acque sulle sue flagranti violazioni del diritto internazionale: "La strategia israeliana è quella di far parlare la comunità internazionale per un sacco di cemento concesso qui, e un progetto stanziato là. Quello di cui abbiamo bisogno è di un accesso completo e libero attraverso tutti i valichi".
Se tutti gli sguardi sono rivolti al miraggio dei valichi israeliani aperti, perdere di vista il confine con l'Egitto è un errore. Rafah continua a essere solo semi-aperta o per meglio dire semi-chiusa. L'autorità di confine egiziana rifiuta il passaggio di qualsiasi tipo di merce, compreso un carico di tonnellate di cibo e medicine raccolte nelle settimane scorse dal sindacato dei farmacisti del Cairo.
I ceffi del famigerato Mubarak egiziano, noti per i feroci maltrattamenti ai civili palestinesi, donne, bambini e malati compresi, a loro discrezione hanno rispedito indietro centinaia di viaggiatori con passaporti e visti regolari.



Anche per gli internazionali in Egitto desiderosi di venire a raccontare o a sostenere la popolazione di Gaza, il passaggio di Rafah resta proibitivo. John, giornalista freelance che è uscito con noi dell'International Solidarity Movement al confine per documentare i quotidiani cecchinaggi ai contadini da parte degli snipers israeliani, stanco di aspettare ad Al Arish un lasciapassare che non arrivava, ci ha raggiunto passando dai tunnels.

Se dalle televisioni di stato italiane la percezione trasmessa è che l'assedio è stato allentato per un atto di generosità dello Stato israeliano, sul campo la realtà è ben diversa.
L'assedio di per se deve essere in toto terminato perché la popolazione qui non ha bisogno di stuzzicadenti e patatine fritte, ma di cemento, ferro, medicinali, attrezzature mediche e tutto il necessario in import e export per risollevare l'economia e renderla indipendente dagli aiuti. Oltre che di poter uscire e entrare liberamente da questa prigione.
Tutto quello che abbiamo davanti agli occhi in questi giorni è l'immagine artefatta di una situazione tragica truccata ad arte a miglioria dopo il lavorio cosmetico della propaganda israeliana ed egiziana.



In mezzo a questi echi propagandistici di grande presa stridono ulteriormente le felicitazioni di Tony Blair per l'avvenuto "allenatamento" del blocco israeliano. Dietro il sorriso di Blair, direttore di orchestra di un Quartetto (Usa, Ue, Russia e ONU) che in questi anni non hanno prodotto altro che inutili comunicati stampa, tutte le carie di una cariatide corresponsabile del genocidio iracheno in corso, oltre che del lassismo politico dei governi europei dinnanzi alla tragedia palestinese.
A Tony Blair mi preme ricordare che se due sacchi di farina in più entrano nella Striscia assediata non è certo per merito del suo operato nel del quartetto moderato o di qualunque altra istituzione preposta alla risoluzione dell'occupazione israeliana della Palestina, ma bensì grazie al sacrificio di migliaia di persone comuni sparse per il mondo impegnate da anni per i diritti dei palestinesi. Un impegno culminato col martirio dei nove attivisti turchi sulla Mavi Marmare come prima per Gaza si erano immolati Tom Hurndall e Rachel Corrie.
Alla vigilia dello scoppio del secondo conflitto nel Golfo il New York Times per definire il movimento pacifista globale che in migliaia di piazze del mondo protestava contro " una guerra che mai aveva incontrato tanta manifesta ostilità nella storia" aveva coniato la definizione di «seconda potenza mondiale».
Ebbene la seconda potenza mondiale è scesa in campo al fianco dei palestinesi: ora è Israele a essere sotto assedio.
Restiamo Umani.



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